Nel corso della vita
lavorativa si fanno molte esperienze. Nei più svariati campi di attività dal
turismo all’insegnamento, dalla libera professione alla pubblica
amministrazione, dai servizi alle aziende a quelli alle persone, c’è un unico
comun denominatore: l’ambiente di lavoro. Passiamo molte ore a contatto con i
nostri colleghi e superiori, un tempo considerevolmente maggiore rispetto a
quello che trascorriamo con i nostri amici. Di conseguenza, non possiamo
sottovalutare gli effetti derivanti dal trascorrere lunghe ore a contatto con i
nostri collaboratori. Ci portiamo a casa il peso di situazioni difficili, di
rapporti distesi, di un clima di collaborazione o di costanti pressioni e
vessazioni. La nostra vita privata scorre su un binario parallelo a quello
lavorativo e spesso i due binari si incrociano.
Tirando la somme di
quasi vent’anni di attività lavorativa nei settori sopra menzionati, posso dire
di vissuto situazioni lavorative da bollino verde e rosso. Mi sono sempre detta
che da ogni esperienza buona o cattiva ne potevo trarre delle lezioni utili per
il futuro. So cosa significa sentirsi soddisfatti dopo una giornata trascorsa a
confrontarsi in maniera costruttiva, a imparare, a dare e a ricevere. Il più
semplice sorriso, la battuta, l’ambiente di sana competizione (non esiste il
luogo perfetto, naturalmente), il momento del serio impegno, della
considerazione e….della gratitudine sincera. L’ho vissuto molte volte, lo vivo
tuttora. Ma so anche cosa significa sentirsi un peso nell’anima e nella mente,
avere un tarlo che ti logora, che ti
toglie la pace, che non ti fa dormire o stare bene con le persone care. E’
qualche cosa che si insinua dentro di te e ti distrugge lentamente. Si chiama
mobbing.
Nel corso delle mie
varie vite lavorative mi era capitato di vivere situazioni “relazionalmente”
difficili ma mai così insopportabili al
punto tale da costituire una lama tagliente che si insinua nella quotidianità.
Fino al momento in cui
mi sono trovata di fronte a quella faccia.
Definirla donna è un
insulto al genere femminile. Definirla persona è un’offesa al prossimo. Mi ha odiato dal primo momento
che le nostre strade professionali si sono trovate a percorrere gli stessi pochi
metri quadrati. Sentirsi odiati per la sola ragione di essere nello stesso
posto del nostro aguzzino non è facile da mandar giù. Mai, in nessuna lontana
ipotesi di vita lavorativa, avrei immaginato di dover condividere uno spazio
limitato con chi si approfitta di una situazione più favorevole dal punto di
vista contrattuale, ovviamente non conquistata con il merito, per accanirsi
contro chi, grazie alle proprie capacità e alla buona volontà è arrivato a un
punto di professionalità tale da costituire “una minaccia”. Non ci sono tutele contro chi aspira a far
saltare la tua posizione e, forte di una circostanza certamente non equa e
legale, mette a punto tutte le tattiche possibili per farti crollare. Dalla
sedia che manca al rientro dalle ferie ai cavi superiori del monitor
inspiegabilmente allentati; dalla presa mancante alle battute sarcastiche;
dall’obiezione insensata di fronte ai riconoscimenti altrui all’ostacolo creato
all’ultimo momento per fatti apparire come un’inetta….fino al danno più grave di
tutti: il furto. Quello dimostrabile e quello non dimostrabile ma certo. Il
furto di un lavoro, arraffato mettendo in atto piani machiavellici, sotto gli
occhi degli altri, rei di omertà e di ipocrisia e l’altro, quello dell’oggetto
personale, commesso di nascosto, approfittandosi di un momento di ovvia confusione.
Sarebbe stato facile
darle una lezione come mi suggerivano gli amici. Ma dovevo, innanzitutto,
pensare a me stessa, alle conseguenze serie derivanti da un atto che per quanto
giusto sarebbe stato aggressivo e incivile. Ma la ragione ha, per fortuna,
prevalso sulla tentazione.
La mia soddisfazione ha atteso la fine
dell’incubo.
Tornare a rinascere.
Non solo sul piano lavorativo ma anche umano. Riprendere la gioia di vivere, di
fare le cose. Andare a lavoro e trovare sorrisi. Ritrovare persone dopo essermi
persa in un anno da dimenticare. Imparare a pensare che non c’è stato nulla tra
la bella esperienza lavorativa ai servizi
alle imprese e quella attuale al servizio degli altri, se non che una
lunga notte piena di incubi………………
Buon lavoro a tutti.

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